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Quella di Chiara Cappelletti è una pittura di lucida oggettività che non si pone come esercizio di stile o virtuosismo tecnico, ma come esigenza semantica che viene dal profondo. Si discosta anche da un generico concetto di “realismo” o “iperrealismo”. Può forse trovare un qualche riscontro nella pittura dello statunitense Edward Hopper le cui ambientazioni silenziose contengono spesso una sola figura umana, solitaria e pensosa. Le donne di Chiara Cappelletti hanno un’attitudine simile, con quel loro dirigere lo sguardo verso qualcuno o qualcosa fuori campo che lo spettatore non vede, apparentemente rinchiuse nei loro pensieri segreti, in un mondo avulso dalla quotidianità comune, assorte anche quando sembrano guadare dritto negli occhi di chi le guarda. Figure assolutamente protagoniste delle loro narrazioni, ma in modo così riservato ed esclusivo, da far apparire il loro comportamento misterioso e surreale, di una stravaganza vagamente metafisica. Il modo in cui sono descritte dà la sensazione che esse vivano all’interno di un mondo incantato, astratto, straniante, intrise di un fascino segreto e indecifrabile.

 

Giovanna Grossato

 

 

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